state progettando la vostra prossima simulazione in reparto perché siete convinti che “in situ” sia semplicemente la scelta giusta. Ma giusta per chi? E soprattutto: per raggiungere cosa?
Mi sono posto questa stessa domanda nel 2017, mentre preparavo la mia relazione sulla simulazione in situ per il congresso SIMMED di Verona. Fino a quel momento avevo sempre pensato al nostro lavoro come a un’attività su due fronti: la formazione dei team da un lato, il risk management proattivo – la caccia alle minacce latenti – dall’altro. Due binari paralleli, già abbastanza ambiziosi da giustificare qualsiasi programma di simulazione.
Poi ho letto l’articolo di Victoria Brazil sulla Translational Simulation, e il filo conduttore di quella presentazione cambiò quasi da solo.
Brazil ci chiede di smettere di etichettare la simulazione in base al “dove” – centro vs. reparto, in situ vs. off-site – per concentrarci finalmente sul “perché”. E aggiunge una terza funzione che allora non avevo mai esplicitato con quella chiarezza: la simulazione come strumento attivo di implementazione della qualità. Non solo formare chi lavora su una procedura, non solo trovare quello che non funziona – ma usare gli scenari per costruire e testare la procedura stessa, prima che tocchi un paziente reale.
Alla fine del congresso, alcuni colleghi mi fermarono per chiedermi quella citazione. Segno che la domanda era matura – e che il campo era pronto per una risposta diversa.
Nella newsletter di questo mese troverete l’analisi completa dell’articolo:
- Dal “dove” al “perché”: perché l’attività formativa non si traduce automaticamente in miglioramenti clinici e come puntare a esiti reali;
- Le due funzioni strategiche: come utilizzare la simulazione diagnostica per sondare il sistema e quella interventistica per incorporare nuovi protocolli;
- Integrazione Istituzionale: come smettere di essere solo formatori e iniziare a costruire un ponte stabile con la governance clinica del vostro ospedale.
Buona lettura!

